E’ una questione di termini, ma non solo: è anche una questione di sostanza.

Ma cominciamo dall’ inizio e facciamo un po’ di chiarezza: pascolare e brucare, perlomeno nel linguaggio degli addetti ai lavori, non significano la stessa cosa.

In parole povere, pascolare significa nutrirsi in grande quantità di foraggio vegetale di scarsa qualità. Brucare, al contrario, significa selezionare piccole quantità di alimenti vegetali particolarmente ricchi di sostanze nutritive.

La questione interessa in particolare gli erbivori ruminanti, ovvero quelli dotati di tre prestomaci (detti rumine, reticolo e omaso, che hanno la funzione di immagazzinare i vegetali masticati e di avviarne la fermentazione) ed uno stomaco ghiandolare, (detto abomaso, simile al nostro).

ungulati
Ecco alcuni esempi sia fra i domestici che fra i selvatici: bovino domestico, cervo, daino, capriolo, capra, pecora, alce, renna, camoscio, stambecco.
Fra tali specie ne troviamo alcune che, per quanto riguarda il comportamento alimentare, si vengono a trovare in uno di questi due estremi, ovvero sono o brucatrici o pascolatrici.

La maggior parte di esse, invece, si trova in una situazione intermedia.

Qualche esempio. Fra i brucatori nostrani il più estremo è il capriolo, notoriamente ghiotto di alimenti di elevata qualità nutritiva come: germogli, bacche, frutti, semi, faggiole, castagne, funghi, ecc…
Dall’altra parte abbiamo, fra i puristi del pascolo, la pecora ed il bovino domestico, molto meno di bocca buona per quanto riguarda il foraggio. Intendiamoci: non è che non selezionino le essenze vegetali di cui si nutrono, semplicemente tali essenze sono generalmente di inferiore qualità nutritiva, ossia in proporzione assai più ricche di fibra e più povere di proteine e carboidrati.

pecore

Fra i due estremi troviamo invece tutte la altre specie: cervo, camoscio, stambecco, capra. Esse sono parzialmente ed opportunisticamente brucatrici o pascolatrici, a seconda del tipo di foraggio presente, alla sua disponibilità, alla stagione, alle condizioni climatiche, ecc…

Ad una differenza nel tipo di utilizzo del foraggio corrispondono differenze sia nella struttura fisica che nei comportamenti della specie.

stambe

Il volume dei prestomaci dei brucatori, infatti, è significativamente più piccolo rispetto alla dimensione del corpo. Esattamente al contrario di quanto avviene per i pascolatori. In altre parole: se nello stomaco ci sta poca roba, meglio riempirlo con alimenti di qualità, se ce ne sta tanta, posso anche privilegiare la quantità. Di conseguenza, se sono un brucatore e devo cercare alimenti vegetali di elevata qualità, non posso permettermi di vivere in branco con altri esemplari della mia specie, perché altrimenti la competizione per le poche risorse altamente energetiche sarebbe troppo elevata. E difatti il capriolo tende a vivere, per la maggior parte dell’anno, solitario all’interno di un proprio territorio. Viceversa, se sono un pascolatore e poco mi curo della qualità del foraggio, posso anche permettermi di vivere in branco, godendo per di più del vantaggio che la presenza di altri esemplari della mia specie fornisce sul pronto avvistamento di potenziali predatori. Situazione quest’ultima tipica dei greggi di pecore e delle mandrie di bovini.

Ma da dove nascono queste differenze?

La risposta è complessa e tira in ballo i concetti di evoluzione adattativa e di nicchia ecologica. In parole semplici: ogni specie si è ritagliata un ruolo proprio e distinto all’interno dell’ecosistema, adattandosi perfettamente ad esso sia a livello fisiologico che comportamentale, in modo da evitare di entrare in competizione le altre specie.

Più in generale: la natura non ama gli “spazi vuoti” e le specie si sono evolute per andarli ad occupare.

Max Pellerino