Finalmente sembrerebbe esser stato appurato che Annibale, nell’ormai remoto 218 a.C., in piena Seconda guerra punica, sia passato dal Colle delle Traversette per scendere con il suo esercito nella penisola italiana. O almeno, questo è ciò che viene riportato nel numero 81 di MERIDIANI Montagne del luglio 2016. A pagina V dell’allegato DalleMontagne si può infatti leggere che un gruppo di ricercatori della Queen’s University di Belfast e della York University di Toronto ha pubblicato uno studio sulla rivista scientifica “Archaeometry”, in cui si affermerebbe, dopo un’attenta analisi di campioni di escrementi equini, che Annibale e il suo esercito abbiano utilizzato il famoso colle della Val Po per giungere in Italia.

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Com’è risaputo, della possibilità che fossero state proprio le Traversette, e non un altro valico alpino, il luogo del transito dell’esercito cartaginese, se ne discute da decenni. Non tutti, però, sanno che un altro luogo in Val Po è stato in passato ritenuto legato a questo famosissimo episodio storico.

Stiamo parlando della grotta di Rio Martino, importante cavità carsica scavata dal Rio omonimo all’interno di affioramenti calcareo-dolomitici presenti sulla destra orografica della Valle Po, sita a 1530 m nel comune di Crissolo, tra le più importanti ed anticamente documentate del Piemonte (la prima fonte scritta che ne parla risale al 1627). Nell’ormai lontano 1770, Henri de Saint Simon, filosofo francese, avrebbe infatti affermato (come si evince dal capitolo “Testimonianze storiche”, ovvero “L’Uomo e la Balma”, pubblicato in “La grotta di Rio Martino, Valle Po – Piemonte”) che proprio tale grotta sarebbe stata la via, il “traforo”, percorsa da Annibale per attraversare le Alpi!

Questa stravagante ipotesi sull’origine della grotta (immaginatela percorsa dagli elefanti!), non è però l’unica ad essa riferita.

Il prof. Vincenzo Malacarne, per esempio, che nel 1772 visitò la grotta, la credette un’antica miniera d’oro, forse attribuendo la possibile derivazione del nome Crissolo, al vocabolo greco chrysòs (oro).

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Foto: Stefano Beccio

Un altro visitatore della grotta, il prof. Vincenzo Carena, che vi entrò nei primi anni dell’800, pensò invece che si trattasse di una antica cava di marmo (ad onor del vero, sembrerebbe che alcuni blocchi di roccia calcarea siano stati realmente estratti dall’avangrotta per essere utilizzati in lavori di restauro al Santuario di San Chiaffredo, che si trova nelle vicinanze). Infine, sempre nel XIX secolo, il prof. Tommaso Genzana, dell’Università di Torino, arrivò a sostenere che si trattasse di un’opera umana, costruita quale riparo.

Bisognerà attendere il 1825, e la pubblicazione del lavoro del Cav. Giovanni Eandi, per sentir parlare per la prima volta di origine naturale della caverna prodotta dall’azione erosiva dell’acqua.

Da allora lo studio scientifico della grotta di Rio Martino ha compiuto passi da gigante, fino a trasformarlo nell’importante sito di ricerca paleoclimatica, che è a tutt’oggi diventato. E’ inoltre un importante sito di svernamento di una colonia di pipistrelli, e per tale motivo chiusa al pubblico nel periodo invernale. Ma questa è un’altra storia …

Gli episodi narrati possono invece semplicemente testimoniare la grande fantasia che l’uomo ha utilizzato nel corso del tempo per spiegarsi certi fenomeni naturali. E, forse, possono anche dimostrare una certa sua presunzione nel ritenersi l’unico in grado di compiere opere colossali. Per fortuna la Natura è pronta in ogni momento a ricordargli che è Lei la suprema costruttrice di meraviglie, che, da quando esiste il tempo, nascono o svaniscono senza danno per alcuno ed a beneficio di tutto il creato.

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Testi citati:

MERIDIANI Montagne- Ghiacciai d’Italia, n° 81, luglio 2016, Editoriale Domus

La grotta di Rio Martino (Valle Po – Piemonte), Federico Magrì (a cura di), Associazione Gruppi Speleologici Piemontesi.

Paolo Bertacco