Escursione, ciaspole, notturna, notte, yoga, moon,

“El masche, el masche… sun staite el masche!”

Un bisbiglio, o a volte un grido, che racchiudeva le più oscure paure e spiegava l’inspiegabile.

Per secoli le streghe, o meglio le masche (termine piemontese di probabile origine longobarda, che significherebbe “anima del morto”, o forse provenzale, dal verbo “mascar”, borbottare incantesimi), hanno popolato l’immaginario collettivo del mondo contadino, montanaro e rurale della nostra regione.
Dimentichiamo per un attimo l’immagine classica della strega, così come da anni ce la propone la cultura anglosassone: cappello a punta, viaggi a cavallo di una scopa, ecc… La masca nostrana non aveva né un abbigliamento, né segni distintivi particolari (se non un marchio, che ne testimoniava la sottomissione a Satana, nascosto in qualche punto recondito del corpo), ma praticava incantesimi e fatture, anche grazie alle oscure formule contenute nel famigerato “Libro del comando”.

Considerate capaci di compiere le più grandi nefandezze (rapimento di bambini, antropofagia, uccisione di animali, malefici, culti diabolici) nonché in possesso di misteriosi poteri curativi, del dono dell’ubiquità, e della facoltà di trasformarsi in animale (cane, gatto, capra, pecora, maiale ed altri animali, sempre rigorosamente neri), le masche erano, in realtà, semplicemente delle donne sole, emarginate, oppure solo indipendenti, che mal sopportavano di piegarsi ad una società maschilista che vedeva in esse degli animali da soma, buone solo per far figli e sgobbare. Costrette quindi a vivere di espedienti, queste  donne pagavano così lo scotto della loro indipendenza: eterne colpevoli e capri espiatori per le disgrazie che, in quel tempo, colpivano duramente e frequentemente: carestie, epidemie, morti, incidenti. “El masche, el masche… sun staite el masche!”…

Ma se le leggende sulle masche sono diffuse e tramandate oralmente in tutto il Piemonte, molto più rare sono le tracce scritte che ne riferiscono la (vera o presunta) esistenza.

streghe1E’ del 2000, però, la scoperta casuale negli archivi del Comune di Rifreddo, in valle Po, di alcuni antichi documenti che raccontano minuziosamente la storia di un processo ad alcune streghe (qui indicate appunto con il nome locale di masche) avvenuto nel Monastero di Santa Maria della Stella, sempre a Rifreddo, nel 1495.

Nei documenti vengono citati i nomi di nove donne, presunte masche, di Rifreddo e Gambasca, e dell’inquisitore, tal Vito Beggiami arrivato direttamente da Milano su richiesta della badessa del Monastero, a seguito della morte di un inserviente che verrà attribuita proprio all’azione di queste donne.

Nei documenti si trovano le dichiarazioni degli abitanti del luogo, raccolti durante il “tempus gratiae” (periodo che procedeva il processo e che prevedeva la raccolta delle testimonianze pro e contro gli imputati), e le successive confessioni delle donne. Esse, come c’era da aspettarsi, ammettono, con ogni probabilità sotto la minaccia e la tortura, di aver partecipato a sabba notturni, di essersi unite carnalmente col Demonio, di aver ucciso per vendetta persone, bambini ed animali, in confessioni che paiono più un trattato di stregoneria che dichiarazioni spontanee di povere popolane del XV secolo.

streghe2Il documento si chiude con la condanna per “eresia, apostasia, ovvero mascarìa”, di alcune di queste donne, senza per altro rivelarci se sia stato poi effettivamente dato seguito all’esecuzione della pena (al tempo, ovviamente, il rogo).

Il ritrovamento di questi documenti, nonché l’attuale presenza dei ruderi del monastero in cui si svolse il processo, hanno recentemente suggerito la rivisitazione di questi fatti in chiave storica, ma anche goliardica e festosa, portando alla nascita della “Festa delle streghe”. L’evento, che si svolge ormai da quasi dieci anni nel Comune di Rifreddo, richiamando migliaia di persone, vuole anche essere un modo per onorare e commemorare quelle povere anime sfortunate, nate in un’epoca un po’ meno illuminata della nostra.

QUI il link Facebook all’evento

 

 

Alma Cavallo e Max Pellerino